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Relativismo e nichilismo

Le generazioni costruiscono stili di vita che vengono assimilati acriticamente dalle generazioni seguenti.
Quando manca la corretta assimilazione si vivono momenti di grande confusione.
Ci si trova immersi in uno spazio d’incertezza che disorienta la testa di chi pensa.
A volte bisogna fingersi fessi per non capire dove vogliono arrivare certi furbi progressisti.
Il pensiero critico comincia a morire.
L’etica comincia ad offuscarsi.
La vita comincia a perdere senso.
Le stesse leggi non bastano più a regolare la società.
Libertà, uguaglianza e giustizia non significano assolutamente niente.
Procediamo in avanti senza filtrare cosa sia il bene e cosa sia il male.
Viviamo una vera e propria anoressia del pensiero.
Il filosofo olandese Erasmo da Rotterdam negli “Antibarbari” nel 1500 scrisse:
“La decadenza del presente non è colpa delle stelle, né della religione né della vecchiezza del mondo.
La colpa è degli uomini”.
Non è vero che le società si ammalano.
Sono le singole persone a contrarre le malattie.
Non è vero che esistono bambini e adolescenti difficili.
Il difficile sta nell’essere bambini e adolescenti in un mondo di gente troppo egocentrica, troppo stanca, troppo occupata, troppo frettolosa, senza pazienza, senza valori e senza ideali.
L’anima non si ammala!
È il cervello ad infettarsi con cattivi pensieri e con falsi ragionamenti.
Il poeta tedesco Goethe nel 1800 ha scritto:
“Ciò che hai ereditato dai padri, conquistalo per possederlo”.
Il compositore austriaco Mahler nel 1900 ha scritto:
“La tradizione è salvaguardia del fuoco, non adorazione delle ceneri”.
Lo psichiatra veronese Vittorino Andreoli ha scritto:
“Da adolescente vedevo ciò che non avevo espresso.
Restavo colpito solo da ciò che non avrei dovuto manifestare.
Guardavo sempre il dover essere e mai l’essere.
Mi facevo guidare dalla sensazione dell’inadeguatezza…
L’uomo nasce buono.
Poi è l’esperienza e l’educazione a renderlo cattivo”.
Cosa stiamo lasciando in eredità a chi viene dopo di noi?
A cose avvenute, non possiamo cambiare la direzione del vento.
Possiamo solo aggiustare le vele per raggiungere la giusta destinazione.
(cfr. Andreoli V. – La nuova disciplina del benessere – Marsilio 2016; Andreoli V. – La gioia del vivere – Rizzoli 2016; Andreoli V. – La gioia di pensare – Rizzoli 2017)

Come mai la reciproca comprensione è rosicchiata dalla confusione in un’epoca in cui i mezzi di comunicazione sono trionfanti?
Come mai la novità è scambiata per la verità?
Costruttori di una quotidiana Babele linguistica, ci stiamo facendo sopraffare dalla chiacchiera.
Lo storico dell’arte Bernard Berenson, lituano, nel 1944 scrisse:
“L’ubriacatura del nuovismo è l’originalità degli incapaci.
Non siamo uomini del momento, ma cantori del tempo.
Non siamo servitori della moda, ma testimoni della memoria e della storia.
Non possiamo essere solo ignoranza e negazione”.
Manca l’etica del racconto e per questo abbiamo bisogno della post-verità.
Per i latini virtus voleva dire impegno, valore nell’azione.
(cfr. Dionigi I. – Gli antichi, i moderni, noi – Rizzoli 2007)
Nichilismo e relativismo stanno diventando il male del nostro secolo.
Sono ospiti inquietanti perché fanno smarrire il senso dell’esistenza: gli mancano gli scopi, i perché, i valori, cioè i coefficienti che tengono insieme la società e che cementano la vita umana.
Per essi, prima o poi, tutto finisce.
Niente conta.
Tutto si svuota di significato.
Si viene meno per essere nulla.
Dio muore.
Il tempo non ha più l’andamento rettilineo ma ripetitivo: il ciclo ripete se stesso.
Non c’è più storia.
Eppure la storia è un tempo fornito di senso.

Nichilismo è stata una parola inventata dallo scrittore russo Ivan Turgeniev nel “Diario di un uomo superfluo” del 1850, e in “Padre e figli” del 1862.
Nietzsche non ha fatto altro che ripensarla e dimostrarla.
Rispecchia l’epoca della passione triste, cioè della depressione.
Passione triste vuol dire che non c’è nessun progetto.
Passione povera.
Senza un pizzico di creatività.
Senza positività.

Relativismo è ogni atteggiamento di pensiero che considera la conoscenza come incapace di attingere una realtà oggettiva e assoluta sia dal punto di vista culturale, sia dal punto di vista filosofico, sia dal punto di vista etico.
Così culture diverse presentano verità diverse, su cui nessuna scienza può pronunciare giudizi di valore.
Tutto diventa relativo, cosicché non esiste alcuna verità di riferimento nè una morale universale.

Storicamente ripetono la storia delle forme esistenziali morbose:
– nel 1700 furono le ipocondrie,
– nel 1800 le isterie,
– nel 1900 le schizofrenie.
Oggi s’impongono le depressioni dal relativismo e dal nichilismo.

Il reale diventa reale solo quando è in televisione e per questo irraggiungibile.
Le lacerazioni dell’anima aumentano.
I visi melanconici s’incontrano per moltiplicare il malessere.
Rischiamo di diventare un paese suicida.

Paradossalmente stiamo costruendo la civiltà del selfie (autoritratto puntato su sé stessi)

Pensiamo a glorificarci da soli.
Pensiamo di essere unici al centro del mondo.
Nessuno accetta di evolvere attaccato alla propria età.

Allora la vita diventa una vertigine che attira verso il basso.

Si riaffacciano gli oscurantismi, i periodi senza ragionevolezza simili
– all’inquisizione del 1100-1200,
– alla caccia delle streghe del 1400-1600.
Aumentano i cafoni.
Diminuiscono i gentiluomini.

Veramente ti basta?

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