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Le ferite dei non amati

Chi sono i “non amati”?
Si guariscono le loro “ferite”?

Nella conflittualità, talvolta sorda e meschina di certi nuclei familiari, si ripetono modelli conosciuti, echi di memorie precedenti.

La mente umana, infatti, inizia a produrre “schemi” utilizzando solo le informazioni contenute nelle esperienze e, se le esperienze sono rovinose, gli “schemi” saranno disastrosi.

All’inizio tali modelli servono per comprendere la realtà e sono efficienti ed utilissimi alla sopravvivenza: sono le nostre prime radici cognitive, i nostri paradigmi, le nostre credenze.

Sono utili per evitare alcuni pericoli concreti, ma non servono per essere felici in quanto non hanno flessibilità, non sono ragionati e non sono aggiornati.

Le radici delle nostre relazioni affettive, sperimentate nell’infanzia, non sono le stesse di quelle vissute da adolescenti e da adulti.

Seguire un modello significa renderlo percorribile solo nell’età in cui funziona.

Man mano che si cresce, infatti, i modelli cambiano grazie alle conoscenze, alla creatività, all’intuizione, all’intelligenza.

Ad alcuni, certi modelli piacciono talmente tanto, nonostante il dolore, che non riescono a rinunciarci e continuano ad applicarli anche fuori stagione.

Alcuni nostri ragazzi si coprono con il maglione anche d’estate e, talvolta, questo non è solo una metafora!

Restano “fotocopia” per sempre di ciò che hanno acquisito.

Non si evolvono. Non costruiscono. Sono stati deprivati e credono che non avranno mai una seconda occasione; spesso le ferite dei “non amati” cancellano la consapevolezza di essere unici ed irripetibili.

I “non amati” vivono nella convinzione di essere una mera ripetizione di altri, scippati dell’entusiasmo, della diversità, dell’immaginazione e della capacità di adattarsi, in maniera singolare e propria, al presente.

Tutti, infatti, siamo pensati come coraggio che va avanti, non come paura che fa tornare indietro. Non siamo pensati per vivere nel passato che già conosciamo. Siamo pensati per esplorare e progettare il futuro, costruendo nel “qui ed ora” la novità.

Per questo le “memorie” vanno aggiornate e modificate: noi siamo realtà e sogno.

Ogni relazione innalzata sulla rigidità genera conflitti senza soluzione.

Al contrario la durata, breve o lunga, di una difficoltà dovrebbe servire a capire il peso della realtà.

Per questa ragione è importante dare un senso alla sofferenza.

Soffrire non vuol dire necessariamente odiarsi ma, potenzialmente, chiarirsi: la sofferenza può essere una strategia riconciliante.

Due che confliggono hanno entrambi ragione perché, dietro lo scontro, il disappunto, l’ostilità, la rissa, ognuno nasconde le proprie insicurezze che scambia per verità, ognuno nasconde le proprie insicurezze per sedare il senso di colpa, per non usare il perdono.

Il perdono!

Che azione straordinaria e riparatrice!

Perdonare significa cancellare. Cancellare un evento doloroso per dar spazio ad una nuova strategia costruttiva, generata da prospettive rigeneratrici che nascono dall’amore appunto.

Perdonare significa far vincere l’amore.

Hai mai provato a giocare a scacchi o a dama?

C’è sempre uno che vince e uno che perde.

Però l’essenza del gioco è un piacere sia per chi vince sia per chi perde.

Altrimenti nessuno giocherebbe volentieri.

Si gioca per divertirsi e non per affermare la propria superiorità, non per umiliare l’altro, non per fare arrabbiare l’altro.

Si gioca per trarre un divertimento per entrambi.

Uno in più e l’altro in meno.

La contesa rassomiglia alla dinamica del gioco: un gioco serio che arriva alla rottura partendo dalle piccole competizioni, dove le parole sembrano non ferire, i pensieri sembra non veicolino infezioni, dove tutto sembra non creare ragnatele di ricatti. I ragazzi, che sono stati feriti così in profondità, non sanno giocare. Non sanno dare valore. Non sanno evolversi con leggerezza.

L’assenza di amore moltiplica le frustrazioni.

Il bambino “non amato” continuerà a disegnare come non funziona il mondo.

Il giovane “non amato” continuerà a cancellare tutto per convincere che non sia possibile riscrivere una storia.

Sono i tipici comportamenti di chi ha ferite sempre aperte.

Le parole sembrano mettere ordine nei giudizi ma il dialogo è talmente sordo che alimenta i black out.

Dobbiamo educare i “non amati” ad una nuova strategia che getta le sue basi sulla relazione empatica e non sul conflitto come strumento per vincere e per convincere.

I ragazzi “non amati”, non sanno amare, lo fanno senza rendersene conto.

Bisogna insegnare loro che si può vincere amando, nonostante tutto!

L’impulsività fa da padrona, mentre il litigio diventa una strategia.

Questi ragazzi alternano momenti di odio a momenti di amore con un sottofondo costante di rabbia e di risentimento.

 

I litigi, gli scontri, se ben osservati, spingono a ripercorrere strade conosciute:

  • diventare ripetitori degli schemi genitoriali,
  •  diventare l’opposto per dimenticare e non essere come papà o mamma,
  •  diventare provocatori e inquisitori per ottenere attenzione…

In tal modo non si cresce e si resta piccoli.

Si resta mediocri.

Si resta immobili.

Si resta feriti.

Le ferite dei non amati nascondono desideri inaccessibili di riconoscimento e di accudimento.

Le ferite dei “non amati” alimentano le frustrazioni di chi non si sente abbastanza alto e fa sì che si senta piccolo chi gli sta di fronte.

Le ferite dei non amati generano disagi proprio

  • di chi non ha autoconsapevolezza e autostima e non sa esplorare le proprie ferite senza esplodere;
  • di chi non riesce a comprendere quanto queste condizionano la propria vita;
  • di chi non sa consumare le emozioni cattive e le utilizza come un rapporto di forza;
  • di chi non è capace di piegarsi davanti all’evidenza e rifiuta la realtà;
  • di chi è rancoroso ed ha un’animosità duratura del pregiudizio;
  • di chi vive nel risentimento, nella tristezza interna e nutre rabbia verso ciò che non può ottenere…

Nelle difficoltà relazionali la mente è quella che fa più fatica ad aprirsi a nuovi pensieri, a nuovi orizzonti mentre il malcontento lavora su un unico tema e resta ancorato ad una sola percezione, non riuscendo a vedere con spensieratezza.

L’infinito si prolunga sul filo del sentimento sino a trasformarsi in fissazione, ossessione, mania.

Così certi amori si mescolano con l’aggressività e restano immobili fino a quando non s’impara ad accettarsi per quello che si è.

L’anima rimane pesante e nera come il piombo finchè non agisce una trasformazione efficace e si alleggerisce attraverso rinnovate relazioni ispirate all’Amore dove lo scambio diventa un collante che funziona.

Solo miscelando equilibrio, spontaneità ed un nuovo autocontrollo, si potranno incontrare due libertà come aquile che ora volano libere nel cielo.

Le stesse aquile che in passato, legate per le zampe, si dilaniavano a colpi di becco sino alla totale distruzione.

Educati a restare se stessi senza ferire l’altro e senza alzare il livello dell’aggressività, si può costruire una nuova libertà lontano dalle catene dei “non amati”.

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