La storia

Il Piccolo Carro, Cooperativa ad inserimento sociale senza scopo di lucro, nasce ad Assisi il 18 gennaio 1996 da un’esperienza testata in diverse strutture del territorio nazionale con l’obiettivo di realizzare una realtà capace di soccorrer, assistere, curare e prevenire le devianze e le sofferenze minorili.

Si pone come finalità educative:

• permettere al minore disagiato di essere in grado di ritornare nella propria famiglia di origine;

• permettere al minore di raggiungere l’autonomia per un’esistenza indipendente attraverso l’inserimento sociale e, dove possibile, lavorativo.

La traccia pedagogica ripercorre il pensiero di Gesù Cristo: “Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io ho amato voi, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri”. (Gv 13, 34-35).

Quando l’uomo ha il coraggio di leggere attraverso il buio dei meandri della sua anima, può scegliere effettivamente se proporsi in maniera nuova, come vuole il suo cuore o ripercorrere strade battute e sterili (Pietro Salerno).

“Era il 18 gennaio del 1996 ed eravamo in nove quella sera.
Spaventati e incerti, ognuno cercava appoggio e riparo nell’altro.
Ma fummo nove coraggiosi moralmente.
Facemmo un cammino difficile, tempestato di anticamere e di rifiuti.
Utilizzammo il volontariato.
Non c’erano soldi.
Non avevamo computer né scrivanie.
Possedevamo soltanto una stanza e tante idee.
Soprattutto molta fede e tanta fiducia: “O Signore, fammi conoscere le tue vie, insegnami i tuoi sentieri” (Salmo 25,4).
Nel nostro modo di pensare trasferito nello Statuto:
“Assistere i nuovi poveri e i nuovi emarginati.
Essere di riferimento come la Stella Polare, simbolo della Cooperativa, per ritrovare la strada come i naviganti di un tempo.
Volere una società edificata sulle ceneri degli antichi concetti francescani”.


La missione socio-antropologica è racchiusa nelle seguenti affermazioni:

“L’amore è il mezzo di baratto davanti al quale ogni altra forma di ricompensa risulta sterile”.
[Pietro Salerno]

“Da ogni parte di Italia arrivano ragazzi con etichette fredde, dure, austere. Ma per noi quei ragazzi, quei volti, quei cuori, vengono prima di ogni etichetta. Ragazzi soli, abbandonati, deviati. Ragazzi consumati, disamorati, sconcertati. Ragazzi già uomini di strada. Ragazzi con regole fuori dalle regole. Ragazzi “pazzi”? No! Ragazzi soli. Ragazzi senza ali”.
[Cristina Aristei]

Questo è il nostro cuore.
Questa è la nostra volontà.
Questo è ciò che ci spinge ogni giorno, tra mille avversità, ad andare avanti.
Questo è il motivo per cui siamo nati e per cui ci siamo incontrati.
La nostra destinazione era chiara sin dal principio: dare forza ad un’idea.

“Solo andando contro vento è possibile alzarsi in volo”.

Per ogni nuova storia per noi si ripete la fatica del:
“C’era una volta un pezzo di legno.
Ma non un pezzo di legno di quelli buoni.
Era un pezzo di legno buono solo per accendere il fuoco”.


Il 90% dei nostri ragazzi è fondamentalmente paragonabile a questo piccolo pezzo di legno.

Gli alberi hanno una corteccia così profonda da non permettere, a volte, di entrare all’interno dell’anima.

Ma se il pezzo di legno capita nelle mani di un “falegname” che lo plasma con il cuore, è possibile che le mani animate dal desiderio e dall’amore possano creare un “burattino”.

Utilizzando una materia non idonea, l’amore può creare una “persona”.

Così quel pezzo di legno, gettato nella catasta per essere arso con il fuoco, comincerà a parlare.

Nonostante fosse sterile e non servisse a niente darà il via ad una storia meravigliosa e fantastica.
[Pietro Salerno]


La dizione tecnica “Comunità Educativa” è fredda.

Per noi è “L’Isola che non c’è”, “La Tribù”, “La Casa di Pietro”, “La Ghianda”, “Silo”, "Tatà Cucù" .

In altre parole una casa, una mamma, un cuore che batte forte, il regno di Peter Pan, il regno della favola e della magia, il regno della sicurezza, il regno della fantasia dove fiaba e realtà si incontrano per designare il progetto di ogni ragazzo.

“Qui ogni storia è una storia a sé…
Ogni sofferenza è una sofferenza a sé…
Ogni abbandono è un abbandono a sé…
Ogni solitudine è una solitudine a sé…
Da ogni frammento di vita si ricompone un’identità tradita”.

[Cristina Aristei]

Noi offriamo la poesia e la nostalgia delle favole.

Le favole hanno la forza di far rivivere esperienze dimenticate e proiettano in un mondo al quale non siamo più abituati e dentro cui si possono sperimentare tante forme di “nuova nascita”.

Pertanto, l’accoglienza del ragazzo riveste la caratteristica della “magia” per fargli respirare emozioni vitali già dai primi minuti.

Di notte, osservando il cielo umbro tra le miriadi di stelle, abbandonati con la schiena sprofondata nelle umide erbe del Subasio, noi vediamo un ragazzo speciale capace di ridare “ali” a tutti i piccoli abitanti dell’Isola che non c’è. In verità, vogliamo che la nostra Comunità rappresenti il cielo stellato con alcune costellazioni sempre lucenti e che servano ad orientare ogni “navigante” smarrito.

Il lavoro della Comunità, quindi, è un lavoro poco scandito dal tempo.

Piacere e dispiacere, libertà ed emergenza, si mescolano.

C’è un movimento senza tempo.

E tutto rassomiglia al campo di un contadino.

Per il contadino arare la terra è ascoltare il tremore delle zolle intirizzite, è stupirsi del frutto che non c’è; è cogliere la malinconia dei rami nudi, è capire i fremiti dei nuovi germogli.

Nell’orto non c’è mai il silenzio.

Quindi, essere Comunità Educativa globale per Minori, dove la curiosità diventa terapia in un progetto ad alta Valenza Psico-Socio-Educativa, è saper origliare.

Ogni ospite della Comunità dice e scrive parole che qualcuno continua a cancellare.

Da noi nessun educatore impara a ripetere tale atto perché sa che ciascun ragazzo ha un’identità che si è frammentata ed è sparita nelle molteplicità.